Archivio - territorio

Previdenza: non solo "quota 100"

Si fa un gran parlare, scrivere (e legiferare) intorno al tema della "quota 100": somma di due numeri (età anagrafica + contributiva) che rappresentano, molto spesso, anni di fatiche, sofferenze e, non di rado, malattie

Ma la previdenza, e il diritto alla pensione, non riguarda solo i lavoratori dipendenti; vi sono anche quelli autonomi come gli artigiani, i commercianti e, non ultimi, i liberi professionisti. Su di loro vorrei concentrare questa riflessione: non solo avvocati di grido e archistar, ma, in grandissima maggioranza, soggetti con la preoccupazione giornaliera di vivere con dignità e senza affanni. Se la pensione dipende (quasi sempre) dai contributi versati, questi sono strettamente connessi al reddito prodotto (almeno così dovrebbe essere), essendo calcolati, in percentuali variabili, sull'ammontare certificato ogni anno. 

E' di certo così per i lavoratori iscritti all'INPS e non solo dipendenti, considerate le molte altre tipologie che fanno riferimento alla "gestione separata" del medesimo Ente. Il raggiungimento del tetto massimo di età ai fini pensionistici, con l'attuale sistema di calcolo su base contributiva (spesso con "furbate" a vantaggio di alcune categorie e a prescindere dai vitalizi), crea non pochi problemi a moltissimi ex lavoratori che, dalla sera alla mattina, vedono l'importo del loro "nuovo stipendio", spesso con esclusione di molti "benefici" non pensionabili, notevolmente ridotto. Questa condizione, pur se ineccepibile sotto il profilo dell'equità sociale (aspettando che al più presto valga per tutti), spesso obbliga alla ricerca di un'attività, spesso saltuaria e/o occasionale, che consenta una integrazione delle entrate finanziarie domestiche, mantenendo la qualità di pensionato che rappresenta la garanzia del proprio domani. 

La prosecuzione dell'attività lavorativa, a condizioni formalmente diverse da quando si era in regime di occupato stabile, non è sempre semplice dal punto di vista normativo. Va ricordato che sono esclusi dall'obbligo contributivo (ma non dai benefici della pensione sociale e da altre diavolerie sotto forma di sussidi) i lavoratori "occasionali", ovvero con un reddito annuo inferiore ai 5.000 euro e che svolgono prestazioni (lavorative o professionali) di tipo saltuario e/o sporadico, a prescindere se siano o meno pensionati. Purtroppo questa norma trova spesso difficile applicazione quando il "lavoratore occasionale" è un professionista iscritto al un Albo (ingegnere, avvocato, geologo, ecc.).

Diversamente dall'INPS, alcuni Enti previdenziali privati pretendono che per il solo fatto di essere iscritto ad un ordine professionale, sia obbligatorio il versamento di contributi considerati "minimi obbligatori", a prescindere dall'ammontare di reddito prodotto e dalla occasionalità della prestazione. Il principio del minimo obbligatorio forse può essere giusto lì dove esiste il "salario minimo garantito" per tutti; in un Paese come il nostro, dove non è episodico ricorrere ai parenti ed agli amici per superare momenti di difficoltà economica (anche familiare), questa  regola non può avere cittadinanza. Non solo importi contributivi maggiori del reddito prodotto, ma - e la questione è ancora più paradossale - pare che questa norma sia applicata anche a soggetti già in pensione e che non potranno trarre alcun beneficio da ulteriori versamenti contributivi.

Si aggiunga, e questo peggiora la situazione ancora di più (se possibile), che  norme, regolamenti e statuti degli enti previdenziali privati (che godono di "cassa" propria con titolo a disporre direttamente dei patrimoni - mobiliari ed immobiliari - in carico) sono sottoposti alla vigilanza ed al controllo periodico dello Stato, tramite i Ministeri competenti. A fronte di tutto ciò pare non vi sia difesa: le giuste, corrette e logiche osservazioni di qualche Ordine Professionale sono state drasticamente tacitate dagli Istituti previdenziali di riferimento, con il sostegno del MEF.

Un aiuto a questa situazione potrebbe venire dalle norme deontologiche e dai provvedimenti degli Organi di disciplina dei vari ordini professionali coinvolti. Un membro di un organismo direttivo di una "Cassa privata" deve la sua carica al fatto di essere un iscritto ad un ordine professionale e, di conseguenza, la prima norma da rispettare - ineludibile - sono le direttive emanate da quest'ultima struttura. Basterebbe, a tale proposito, che i vari Ordini territoriali (o i Consigli Nazionali di riferimento) deliberassero l'obbligo per i propri iscritti di tutelare, qualora eletti o nominati in organismi decisionali afferenti attività regolamentari della propria categoria, il diritto al lavoro, respingendo norme e direttive in contrasto con tale principio costituzionale. 

A fronte di comportamenti non in linea con questa regola, scatterebbe il Consiglio di disciplina che, con apposite sanzioni, potrebbe "congelare" la qualità di professionista del soggetto che, di conseguenza, perderebbe il titolo per partecipare alle decisioni da assumere in quegli organismi di cui fa parte in virtù di quel requisito. Per quanti, tra le tante regole non rispettate nei nostri ordinamenti, riservano un posto non secondario al contrasto "controllore - controllato", sarà indispensabile che venga approvata a tale riguardo una severa norma di incompatibilità nel ricoprire contemporaneamente cariche negli organismi direttivi degli ordini professionali e delle casse previdenziali di riferimento. Il Governo, se vuole, può e deve fare molto in questo settore, incominciando dal disporre l'adozione da parte degli enti previdenziali privati di norme e regolamenti in linea e conformi a quanto previsto dall'INPS per categorie di lavoratori simili o affini. Un ultimo doveroso richiamo riguarda la "carta costituzionale" e non solo l'art. n° 1: "L'Italia è una repubblica democratica, fondata sul lavoro".

Gli articoli 3, 4 e 35 (ad esempio) precisano e dispongono norme e regole volte alla tutela assoluta del lavoro, con particolare riguardo a rimuovere tutti gli ostacoli che ne impediscono il suo effettivo svolgimento. Molti sostengono, non a torto, che questo stato di cose non può più continuare; se mancasse il sostegno degli Ordini Professionali, se l'azione del Governo non venisse indirizzata ad una più equa e solidale gestione dello strumento previdenziale, l'ultima spiaggia potrebbero essere  le Procure della Repubblica, cui rivolgersi per il rispetto della prima legge del popolo italiano: la Costituzione della Repubblica.

[di Luigi Brienza]